Il biscotto marino molfettese

 

Il biscotto marino molfettese

 

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Molfetta, 25/06/2026

La mancanza di pane fresco era uno degli aspetti che i nostri marinai, come tutti quelli che solcavano i mari, dovevano affrontare quando si preparava una lunga navigazione oppure una navigazione fatta senza scali intermedi. I naviganti risolvevano il problema mangiando un pane a lunga conservazione chiamato biscotto o biscotto marino (molf. pescùette).


Il nostro amico Cav. Corrado Pisani condivide attraverso il sito web ilovemolfetta.it, dell'Associazione Oll Muvi, una ricerca storica sul "biscotto marino molfettese" contributo prezioso alla memoria collettiva della nostra comunità.



Il Dizionario di marina medievale e moderno (1937) lo definisce «Pane cotto due volte, e fino a che diventi assai duro, a forma di schiacciata, bucato nel mezzo. Se fatto con farina di grano di buona qualità, a perfetta cottura, si ripone intieramente asciutto e può serbarsi per molti mesi in buone condizioni.
Il biscotto veneziano era esente dal tarlo, tanto che nel 1821 fu trovato sanissimo e non sgradevole alquanto biscotto lasciato dai Veneziani in Candia nel 1669. Sulle navi è comunemente chiamato Galletta… Ora si mangia a bordo solo quando non si fa il pane».


Il buco nel mezzo, grazie al passaggio di una corda, permetteva di traportarlo agevolmente.

La conoscenza di questo alimento, in ambito locale, risale a diversi secoli addietro. Il 7 settembre 1486 Leonardo Antico di Molfetta (Nardo Antiquo de Melficta) ricevette “licentia” per esportare extra regnum, dal porto di Barletta, con la sua “caravella”, tre cantara (poco più di 267 chilogrammi) di “biscocti”.

Il 19 agosto 1702 da Napoli fu inviata al Preside di Terra di Bari, sedente in Trani, una richiesta di “biscotto” per le galere della Squadra navale di Sicilia. Il successivo 31 agosto, il Duca di Miranda (Giulio Caracciolo), Preside della Provincia, inviò alle Università di Bisceglie e Molfetta la richiesta del detto “biscotto”.

Dispose di doversi prendere 500 tomola (25 tonnellate) di grano per necessità delle Regie Galere che sarebbero approdate a Manfredonia per produrre “biscotti”. Da ogni 2 tomola e mezzo (100 Kg.) di grano si doveva ottenere 1 tomolo (40 Kg.) di biscotti che dovevano «essere ben cotti, e no(n) bruggiati, in modo che cascato in terra si franga, e deve essere cotto a fuoco lento, ne deve esser bianco, ne bruno, dovendosene levare solo la caniglia grossa affinchè sia di peso».

In città, furono utilizzati due forni, si impiegarono quattro uomini ad assistere, guardare e spaccare i biscotti per dodici giorni.
Si ottennero 72 cantara (6.680 Kg.) di biscotti “netti” che furono pagati dalla Regia Corte alla ragione di carlini 43 il cantaro, per un totale di 309 docati e 60 grana. I “biscotti” furono consegnati alle Regie Galere di Sicilia che a fine settembre si trovavano a Taranto.

Mons. Giovanni Capursi, nel saggio Vita marinara molfettese (1973) testimonia che «Re gallètte non mancavano mai a bordo e duravano mesi. Era un pane duro, fatto a forma di tarallo, che si portava in viaggio, specie lungo, quando durava qualche settimana. Era confezionato con acqua dolce, senza sale. Prima che fosse mangiato, si metteva a mollo, in acqua marina, poi si condiva con qualche goccia di olio, qualche pomodoro ed origano. Lo chiamavano u chiapparine. C’erano in paese dei forni speciali, che preparavano queste gallette ed erano specialità quello di Pansini-Gallo, di Sergio Binetti. Quest’ultimo attese a questa confezione per oltre un secolo. In seguito, le gallette furono sostituite con i grossi biscotti».

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