![]() Molfetta al tempo della vela - Parte II di Corrado Pisani |
MOLFETTA 16/09/2026Prosegue l’elenco dei tipi di imbarcazioni a vela che, a partire dalla fine del Quattrocento e sino agli inizi del XX secolo, approdarono nel nostro porto. La prima parte ha ospitato ben tredici “specie” di naviglio a vela. La seconda parte aggiunge altrettanti “tipi” di velieri, sostantivo quest’ultimo di “specie” che dal 1916 fu utilizzato ufficialmente per distinguere le imbarcazioni a vela dai piroscafi e dalle motonavi. Ecco il nuovo elenco: Pièlago o Pièlego - A metà Settecento (1757) era inserito «nella specie dei Bastimenti minuti di Venezia come sono diversi come Trabacoli, Pieleghi, Bracere,.... Dal’uno all’altro non è differenza nella costruzione, essendo tutta uguale come p(er) esempio e p(er) quello riguarda il Pielego, è consimile al Trabacolo, ma se ne danno anche dei grandi Trabacoli li quali portano oltre li due arbori con le vele alla loro custuma, un altro arbore avanti come la marsigliana, e il fregadone». Barca a tre alberi, della forma del trabaccolo, di portata minore di 100 tonnellate. Documenti molfettesi attestano che il 7 settembre 1763 Padron Luca Marinovich, proveniente dal porto di Lesna ossia Lesina (odierna Hvar in Croazia), ormeggio con il suo “pielago” nel porto di Molfetta. L’indomani (8 settembre) nel nostro porto, proveniente da Pirano (odierna Piran, in Slovenia), ormeggiò il pielago di Padron Barto d’Avanzo. Il primo molfettese a comandare questo tipo di naviglio fu Padron Nicola de Dato, che il 28 marzo 1772, proveniente da Fiume con il pielago «la Madonna de Marteri», ormeggiò nel nostro porto. Il termine “pielego” è costantemente riportato dal 1814 al 1856. Nel periodo 1795-1940 dei 254 velieri registrati a Molfetta ben 76 furono classificati “pielego”. La pubblicazione del R.D. 9 novembre 1872, n° 1080, Denominazione ufficiale dei tipi delle navi della marina mercantile (G.U. Regno d’Italia 19 novembre 1872, n° 320) portò alla cancellazione dei pieleghi e alla loro riclassificazione in “trabaccoli”. Trabaccolo (babbrabbà) - Il primo riferimento della presenza in Adriatico risale al 1667, anno nel quale questo veliero costituiva parte della marina di Ragusa (Dubrovnk). La prima citazione in Molfetta risale a trent’anni dopo. Il 10 aprile 1702, mastro Giovanni Battista (di) Poli di Chioggia e mastro Angelo (di) Poli, residenti nella nostra città, dietro compenso di 120 ducati veneziani, costo solo del loro lavoro, promisero a padron Giovanni Antonio Fornari «di fare un trabaccolo seu al … nostro linguaggio tartana». Nel 1783 il costo medio di un trabaccolo della portata di 30 pile d’olio, arredato di tutto punto (incluso moschetti, pretriere, ed altre armi), superava 1433 ducati (dei quali 825 era il prezzo dello scafo, calafatato e impermeabilizzato). In Molfetta il trabaccolo sarà presente sino al 1902. Pìfaro o piparo o bifaro o pifero. Nel 1766 il maestro d’ascia Vitangelo Poli e il maestro calefato Mauro Donato Uva costruirono un bifaro a due coperte del valore di 726 ducati. Nel 1779 lo stesso Mauro Donato Uva costruì il trabaccolo ossia piparo «La Madonna dei Martiri» di 29 tonnellate. Il 15 aprile 1781 il mastro calefato Mauro Donato Uva promise a Mauro Sigismondo e Vincenzo Sigismondo, padre e figlio, di costruire una barca nuova, o sia bastimento con «Longhezza… in Colomba (intendi: chiglia) palmi sessanta cinque (17,11 m.)» per il convenuto prezzo di 480 ducati. Il seguente 10 agosto, il trabaccolo seu piparo nuovo di Mauro Sigismondo e Vincenzo Sigismondo, padre e figlio, fu stimato avere una capacità (e caputa) di 32 pile di olio (58,37 tonnellate). Nel 1791 mastro Vincenzo de Candia e mastro Pantaleo Uva costruirono il piparo a due alberi «S. Liborio», della portata di 70 tonnellate. Feluca o filluca o filuca o filuga o felluca o felucca. Bastimento piccolo e sottile che andava a vela e a remi, e adatto a navigazioni veloce. Generalmente dotato di 12 dodici remi per banda e due alberi (di maestra e di trinchetto). In ambito molfettese ultimo documento nel quale è citato risale al 6 settembre 1798. Quel giorno la feluca di Padron Giambattista Lunanova, chiamata «la Madonna de Martiri e l’Anime del Purgatorio», venne stimata della portata di 9 pile d’olio. Sciabecco - Anticamente imbarcazione destinata alla guerra, fu poi adibita a bastimento da carico, a tre alberi verticali o poco inclinati a prora; il trinchetto e la maestra, a calcese, con vele latine; la mezzana a randa. Il 14 novembre 1787, il signor Mauro Panunzio, procuratore di Antonio de Trizio della città di Bari, dichiarò che il 21 aprile 1786, per atto di notar Gaetano Calvani di Bari, aveva venduto una feluca, chiamata «la Madonna de’ Marteri e l’Anime del Purgatorio», a Nicola Sammarelli e Vito Lonardo Sasso fu Mauro per il prezzo di 290 ducati. Il Panunzio, inoltre, aggiunse che ritrovandosi detta felluca sullo “scalo” di Molfetta con due alberi perchè retrocessa dai compratori (avendo gli stessi rinunciato all’acquisto), la rivendeva a mastro Giovanni Angelo Pansini, Nicola Sammarelli fu Domenico e Natale Bosco fu Simone (genero di Domenico de Trizio), acquirenti ognuno per un terzo (carati 8), per il prezzo pattuito di 290 ducati. Il seguente 25 novembre dello stesso anno (1787), il veliero, indicato come “sciabecco”, carico di 2.100 baccalà e di altre merci proveniente da Trieste, al comando di Natale Bosco, finì incagliato nella secca di Cevera (Črvar o Červar, in Croazia), poco a nord della città di Parenzo (Poreč). L’imbarcazione fu recuperata, riparata e rimessa in galleggiamento grazie a due maestri d’ascia dei cantieri di Parenzo ed i baccalà salvati vennero venduti. Polacca o pollacca o polacra. Nel 1757 era descritta essere una «Tartana la quale nel albero di mezo non spiega vela latina ma quadra. Sogliono trasformarsi da tartane in Polache quando riescono incomode a manegiarle e lo fano p(er) economia p(er)che in vece di 24 uomini che occorre alla Tartana, 16 soli saranno bastanti alla Polacha» ed ancora che «Polache ancora si chiamano quelle Tartane grosse che dismettono li Alberi, e le vele di Tartana, e prendono quelle all’uso della nave». In pratica, era un bastimento mercantile a poppa quadra, con due alberi, uno di mezzana e uno di maestra, e un bompresso. La prima polacca ad approdare nelle acque del nostro porto fu quella di Padron Giambattista Cafieri di Piano di Sorrento, Nel settembre 1783 ormeggiò a Molfetta per caricare 3000 “tomola” di grano duro. Considerato che 25 “tumoli” corrispondevano alla misura marittima di 1 tonnellata, si ricava che la portata di questa polacca era pari a 120 tonnellate. Nel 1788 Padron Lazzaro de Candia era proprietario di una polacca a due alberi chiamata «La Madonna de Marteri e l’Anime del Purgatorio», della capacità di circa 45 pile d’olio (82 tonnellate) «sotto coverta». Il 15 maggio 1792 la polacca, «la Madonna del Lauro», della portata di 70 pile di olio (128 tonnellate), di Pn. Cristoforo Cafiero da Piano di Sorrento era ormeggiata nel nostro porto. Nel triennio 1795 e il 1797, il capo mastro calefato Pietro de Candia su richiesta di Padron Vito Onofrio Panunzio costruì una «barca da viaggio lavorata a polacca colla poppa quadra», a due alberi. La stessa, consegnata l’11 marzo 1797 e chiamata «La Madonna di Passavia e le Anime del Purgatorio», era contraddistinta dalle seguenti caratteristiche: portata di circa 3.000 tomola (120 tonnellate), equipaggio di dodici persone, compreso il padrone, armato con quattro cannoni e dieci moschettoni con schioppi. Nel 1802, questo stesso veliero si ritrova classificato “brigantino”. Corvetta - Nome assegnato a qualunque bastimento di “specie” non ben determinata. Le carte molfettesi registrano alla data del 14 giugno 1788 la presenza a Molfetta di una corvetta, chiamata «l’Amabile» di Padron Stefano Anselmo Finnase. Brazzera o brazziera o gaetta o gaietta. Piccola barca che andava a vela e a remi, armata di sei rematori e di un timoniere o patron, della quale si faceva molto uso nella navigazione più o meno costiera del golfo di Venezia. Era una barca con colomba (chiglia) senza coperta, caratterizzata da un piccolo scafo con albero abbattibile e vela latina. Usata soprattutto lungo la costa istriana, era lunga da 10 a 11 metri, con una capacità di 2 o 3 tonnellate. Il costo di una brazzera nuova poteva variare da 240 a 400 fiorini. Nel periodo 1773-1814 compare per ben 22 volte in documenti molfettesi. Devo segnalare il naufragio di una brazzera di Ragusa (con tre marinai) avvenuto a Molfetta il 29 ottobre 1786 sopra “la chianca di San Giacomo” e l’equivalenza di questa imbarcazione con il sostantivo “pielagotto” (1806) Pacbotto o pachebotto o pacchetto o avviso. Bastimento destinato al traporto della corrispondenza postale e di passeggieri. Agli inizi del mese di dicembre del 1788 il possidente Ignazio Chiarella di Molfetta era proprietario di un quarto di barca nuova chiamata il pacbotto. La stessa, del valore di 1400 ducati, era in comproprietà con altre tre porzioni di proprietà di Sergio Panunzio e dei fratelli Cozzoli (Michele e Gennaro). Poliviera o polviera. Citata in un documento del 1801, potrebbe indicare una barca addetta al trasporto di polveri. Aveva un solo albero e valutata per 260 ducati Bragozzo o baragozzo o bargòzzo o bracòzzo o paracoccio o paragozzo. Barca a vela più piccola della tartana, differente da questa per la diversità delle ruote di prora e di poppa. La prima citazione di “paracoccio per uso di pesca” risale al 25 febbraio 1786, data della sua costruzione (inizio?) avvenuta a Fermo, ad opera del mastro d’ascia Giorgio Fuga. Il 28 maggio 1803 Padron Vito Salvemini e Sergio Valente erano proprietari di un “trabaccoletto nominato paracoccio” Nel mese di novembre dell’anno 1807 Onofrio Pisani, per atto notar Giuseppe Casci, comprò in Senigallia da Vincenzo Campobassi un “barchetto ossia paragozzo”, per 620 soldi (moneta romana). Il seguente 28 dicembre (1807), giunto a Molfetta, Onofrio Pisani lo rivendette ad Angelo Giuseppe Domenico Pignatelli per lo stesso valore che, al cambio di carlini 12 e mezzo, corrispondevano a 775 ducati. Il 1° gennaio del seguente 1808, il Pignatelli vendette questo paragozzo ai signori Giacinto Poli, Maurizio Fraggiacomo e Mauro Sergio Capelluti, per lo stesso prezzo di 775 ducati. Bombarda o barca da viaggio. Imbarcazione da carico, di basso bordo e con due alberi. Citata in un rogito datato 21 agosto 1822. Brigantino-goletta o Brick-Schuner (1837) o Brick-Scuner o Brich-Scuner o Brick-Scunner (1846) o Brick-Schooner. Veliero con due alberi verticali; quello di prora (trinchetto) a vele quadre, quello di poppa (maestra) a vele auriche, e con bompresso. Le forme inglesi bric, brick, brig e brik, individuano il Brigantino. Chiamato anche scuner e scuna, modifica dell’inglese schooner che designava la Goletta. Le carte molfettesi lo registrano dal 1837 al 1883. #weareinmolfetta #storiemolfettesi #ilovemolfetta #corradopisani #tiportoinpuglia #associazioneollmuvi |
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