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Le fortificazioni di Molfetta - Parte II - di Corrado Pisani


Le fortificazioni di Molfetta - Parte II - di Corrado Pisani MOLFETTA 27/04/2026



Il sunto di una lettera datata Trani, 22 luglio 1529, scritta dal sior Giorgio Diedo (Zorzi Diedo, capitano dell’armata navale veneziana), transunta nei Diarii di Marino Sanuto (Volume LI, pag. 229), attesta che la struttura difensiva di Molfetta vista dal sobborgo (ossia dal lato di mezzogiorno) era ben messa. Al riguardo il signor Diedo scriveva «la muraia era forte et haveva el revelin». Il “rivellino”, chiamato tecnicamente anche puntone o bastionetto, era stato costruito a guardia della porta principale.


Quella che segue è la "seconda parte" delle fotificazioni molfettesi, un ricerca realizzata dal nostro amico Cav. Corrado Pisani, appassionato conoscitore della storia di Molfetta.Un contributo prezioso alla memoria collettiva della nostra comunità, che l’Associazione Oll Muvi, affermata nel mondo con il brand "I Love Molfetta" è lieta di ospitare sul proprio sito web.

Rientrati gli spagnoli a Molfetta, il 31 ottobre 1530 Carlo V concesse il proprio assenso per il matrimonio tra Ferdinando o Ferrante I Gonzaga (1507-57) e Isabella de Capua (1510-59). Nel maggio del 1531 i due erano già uniti in matrimonio. I coniugi Gonzaga-de Capua ebbero quattordici figli. Sul finire del 1533, come certificato da un documento contabile datato 27 octobris 1534 s(ecund)um usum Melficti, i coniugi Ferrante e Isabella, padroni di Molfetta, fecero sosta nella nostra Città per verificare lo stato in cui la stessa versava dopo il Sacco del 1529.

Il 4 dicembre 1543(42) il notaio Galante Gadaleta, Tesoriere del Principe di Molfetta, comunicò all’Università di aver ricevuto una missiva del suo “patrono” nella quale gli comunicava una seconda visita in Città. Giunto a Molfetta, il 28 dicembre 1543(42) l’Università e Ferrante I Gonzaga concordarono l’ampliamento della città e la costruzione di nuove mura e torrioni, secondo il disegno da far eseguire (su disposizione del Principe) da un ingegnere o da un maestro idoneo a tale compito.

La nuova cinta muraria si sarebbe dovuta realizzare nell’arco di otto anni, a far data dall’approvazione del disegno. Una lettera dell’ingegnere bergamasco Antonio Ferramolino indirizzata a don Ferrante, datata Messina 29 maggio 1546, sottintendeva l’esistenza già di una prima richiesta fatta per la «fortificatione di Mulfetta».

Nel 1549 Isabella di Capua fece un viaggio nel regno di Napoli per visitare i feudi ereditati da sua madre, deceduta il 23 aprile di quello stesso anno.

Partita intorno alla metà di maggio, giunse a Molfetta il 26 giugno 1549. Durante una sosta a Scorrano (20-24 luglio), Isabella ricevette la compagnia dei signori Giandonato de la Marra, Diomede Lepore di Evangelista (b. 20 febbraio 1498 - m. 5 febbraio 1583) e Marcello Gadaleta (b. 6 maggio 1514 - m. 1564/69). Quest’ultimo, fratello del barone Galante Gadaleta, nel 1550 ricopriva l’incarico di Dohanero di Ferrante Gonzaga in Molfetta e nel 1563 era luogotenente di Sigismondo Pignatelli di Napoli Regio Magistro Portulano in terre Barolj. La presenza di questi gentiluomini si spiega con il fatto che Isabella si preparava a concordare con la Duchessa di Martina l’acquisto della Dogana di Molfetta. Infatti, per diploma datato 2 ottobre 1549, il Vicerè don Pietro di Toledo concesse il suo assenso alla vendita fatta da Giacoma Orsini, madre di Petracone Caracciolo, terzo duca di Martina, a Isabella di Capua della Dogana di Molfetta con annessi diritti e proventi, assieme al luogo dove era esercitata, unitamente ad alcune piscine d’olio, per il prezzo di 26.000 ducati.


Nel triennio 1546-49 qualche lavoro doveva essere stato avviato considerato che il 22 settembre 1550(49) l’Università, riunitasi in seduta decurionale, redasse i “capitoli” che i mastri de fabrica avrebbero dovuto rispettare nel momento in cui avrebbero preso il partito di costruire due “lambie” (cfr. molfettese lèmeie, italiano lamia, volta della stanza) da realizzare sul castello. Il lavoro, che doveva essere iniziato il seguente 1° ottobre, restò assegnato al maestro muratore Leonardo de Mininno alias de Missina, figlio di mastro Renna, essendo rimasto ultimo l’offerente (licitatore) dell’asta di aggiudicazione di detto lavoro. Per realizzare la “lambia de lo Castello”, tuttavia, si ebbe necessità di un’altra asta pubblica (decisa e rinnovata nelle Riunioni Decurionali del 19 gennaio e 2 marzo del 1550).

Il decesso dell’ingegnere Ferramolino, avvenuto il 18 agosto 1550 durante l’attacco della fortezza di Afrodisio (Tunisia), costrinse il Gonzaga a dover ricercare un altro ingegnere. La scelta cadde sull’architetto militare Evangelista Mengha di Copertino.
Ricevuto l’incarico, il Menga inviò a Isabella di Capua, moglie di Ferdinando Gonzaga, un rilievo della città di Molfetta in cui riportava il progetto di una nuova cinta muraria con un con un tracciato indipendente dalle antiche mura.

In pratica, all’interno del nuovo progetto venivano inglobate le strutture posteriori al 1446 costruite su autorizzazione di Alfonso I (re di Napoli dal 1442 al 1448). Il disegno, conservato nell’Archivio Gonzaga di Mantova (Busta 91, carta 124 - 5.4.4)., riporta interessanti annotazioni.

Il progetto di Menga inglobava la precedente muraglia, che iniziava dalla “rondella” e giungeva sino nella zona dell’antico castello, ed una “agioncione” che si sarebbe dovuta realizzare appresso il “torrione tondo” verso Giovinazzo ed inserendo una nuova porta di accesso alla città (da realizzare). Il disegno progettuale continuava con altre due strutture: un torrione (quale se ha da fare) da edificarsi in una zona che dal 1600 si chiamerà Nu(n)tiata ossia Annunziata ed uno «spontone quale se ha da fare supra S. Rocco et guardarà lo molo e lo porto et fortezza del signor Principe Porta Nova da la banda de Bisceglie».

Altra pianta, forse una copia del progetto del Menga, databile nell’ultimo quarto del XVI secolo o all’inizio del XVII secolo, che viene qui presentata per la prima volta, è il «Designo de Molfetta» della collezione dell’architetto Pierre le Poivre, conservata nella Biblioteca Real del Palazzo Reale di Madrid (Collocazione MAP/416, carta n. 23). Qui mi corre l’obbligo di ringraziare l’ottimo studioso biscegliese Antonio Ciccolella Uva che mi ha amichevolmente passato l’esemplare (in formato jpeg) in suo possesso.

Le notizie riportate sul disegno inviato a Mantova dall’ingegnere Menga si ravvedono anche in una pianta ostensiva, presumibilmente rilevata tra 1550 e 1578, facente parte di un manoscritto delle fortificazioni dei porti pugliesi, conservato (Segnatura Ms. XII, D 69) nella Biblioteca Nazionale “V. Emanuele III” di Napoli.

La pianta mette in risalto le opere murarie costruite evidenziandole con il colore rosso. Fuori delle mura nei pressi della porta in direzione di Bisceglie sono tracciati i contorni di alcuni fabbricati dai quali risulta la loro funzione: taverne, magazzini e trappeti (frantoi). Sul lato di tramontana sono visibili, inoltre, due aperture: l’una per l’accesso del molo e l’altra (a nord del Duomo) per l’accesso alla Galera.

Altra vista della città conservata a Roma, nella Biblioteca Angelica (BSNS 56/91a), risale all’anno 1585. Qui si vedono le costruzioni che rendevano necessario l’ampliamento delle mura: case a ridosso della muraglia, osterie, la chiesa di san Francesco e quella di Santa Maria dei Martiri.

In più devo segnalare la presenza della “porta de Lisa”, situata in prossimità della “muraglia di mare” avanti la chiesa di san Francesco.

Un’altra vista della nostra struttura difensiva si trova nell’Atlante “Lemos”, nome legato al suo committente il vicerè (da giugno 1611 all’8 luglio 1616) Pedro Fernández de Castro, e disegnato da Antonio Vento, ingegnere della Regia Corte. L’Atlante, la cui scoperta si deve allo studioso prof. Oronzo Brunetti, custodito alla Bibliotèque Nationale de France, disperso tra gli album della Topographie ètrangère. Italie (vol. 1, vb 132y, c. 6) relativi al Regno delle Due Sicilie che raccoglie la collezione di stampe dell’antiquario francese Michel Hennin (1777-1863).

Tornando al tema principale devo dire che la decisione di ampliare le mura fu all’origine di un contenzioso tra l’Università e i Chierici molfettesi perchè quest’ultimi, avvalendosi del privilegio ecclesiastico stabilito dal decreto Super inmunitate Clericor(um) del 23 settembre 1543, si opposero alla partecipazione alle spese.

Il 24 ottobre 1554 il tribunale della Regia Camera della Summaria, Presidente U.J.D. Ioannes Battista Ogeda, su istanza (in data 5 settembre) dei chierici locali che volevano avvalersi del citato diritto, sentenziò che il Capitolo e Clero di Molfetta dovesse contribuire alla riparazione delle mura.

Il verbale della riunione decurionale svoltasi il 1° settembre 1555(54) attesta che i lavori erano stati oggetto di un altro sopralluogo da parte di un altro “ingegniero”, mastro (Ni)Cola Antonio Bonafide di Bari, che aveva eseguito un altro “desegno delle fortificatione” dove erano rappresentate le opere già realizzate. Di lui sappiamo solo che nel periodo 1543-44 era uno dei due capomastri o “maestri de muro” addetti alla realizzazione delle mura di Vieste (leggi V. Ruggeri, La fortificazione di Vieste nel 1543-44, in Archivio Storico Province Napoletane, 1993, pagg. 97-101).

Il 15 febbraio 1555 il “Regimento” (Consiglio dei Decurioni) dell’Università fu informato del fatto che per proseguire la costruzione delle mura si necessitava di una cifra pari a 10.000 scudi.

Il seguente 11 giugno l’Università ricevette una lettera del Marchese di Trevico (Ferrante Loffredo) con la quale, avendo appreso di un possibile attacco dell’armata turca, ordinò l’evacuazione dalla nostra città di donne, bambini e vecchi, fermo restando che sarebbero dovuti rimanere solo gli uomini atti all’uso delle armi. Inoltre, ordinò la prosecuzione della costruzione delle mura nel tratto che andava in direzione della “piscina nova”.

Il seguente 22 giugno, a tutela dell’argento di Santa Maria dei Martiri, l’Università deliberò l’invio dello stesso dentro il Castello di Bari.

Alla data del 3 luglio 1555 il “terrione di terra” era quasi ultimato. Lo stesso giorno, l’Università, non concordando con quanto stabilito per la costruzione delle mura dal marchese Loffredo (che dall’aprile 1542 era anche Governatore delle provincie di Terra d’Otranto e di Bari), deliberò di continuare la costruzione delle mura secondo le proprie necessità, incaricando messer Jeronimo de Agno e messer Valentino Romano di rappresentare questa necessità direttamente alla Signora di Molfetta (Isabella de Capua), accompagnando questa richiesta con il disegno eseguito dal “gengniero” Bonafide.

Il successivo 3 agosto 1555 gli emissari molfettesi (ossia i signori de Agno e Romano) erano già rientrati a Molfetta.

Il 25 ottobre 1556(55) l’Università deliberò di accettare il contributo di 400 ducati versati dal Capitolo per la costruzione e riparazione delle mura cittadine.

Il 17 dicembre 1556(55) i Decurioni deliberarono di versare a mastro Evangelista Menga un compenso mensile di 400 ducati per poter portare a compimento le opere murarie in costruzione.

Il seguente 15 gennaio 1556 l’Università deliberò di stipulare le “capitulazioni” per realizzare “lo terrione de mar(e)”. Quattro giorni dopo (19 gennaio), per atto rogato da notar Marino dello Vicario, mastro Evangelista Menga e l’Università concordarono e sottoscrissero quanto stabilito nella precedente seduta decurionale. Il 17 giugno dello stesso 1556 fu deciso di versare tutti i 400 ducati pattuiti con l’anzidetto atto notarile.

Il 1° settembre 1557(56) l’assemblea dei Decurioni approvò il pagamento di 6.350 ducati a favore di mastro Evangelista de Menga, cifra dovuta per aver portato a termine la costruzione del “terrione ad mare de passaro” (intendi l’odierno Torrione Passari).

Alla data dell’11 ottobre 1557(56) risale la notizia che l’ingegner Evangelista de Menga aveva già lasciato la nostra città da quindici giorni. Dieci giorni dopo l’Università deliberò di scrivere a mastro Evangelista affinchè venisse a Molfetta per riparare un danno che aveva subito il torrione a causa di una mareggiata, ma lo stesso non tornò più nella nostra città.

Il 24 ottobre 1557 i Decurioni riuniti in assemblea appresero che per lavori fatti alle “fabriche” erano stati spesi già 10.000 ducati.
L’8 maggio 1558 fu deliberato di costruire due “bastionj” ossia «cavallieri… cioè uno contiguo alla porta del Castello l’alt(r)o allo trappitp de Ant(oni)o Tatulo [alla piscina Comune] con opera ad rustico con spesa di 1000 ducati».

Nelle “supplicationi, gratie et capitoli” del 1° gennaio 1561 rivolte a don Cesare Gonzaga l’Università, trovandosi indebitata per 36.000 ducati, chiese di poter sospendere l’ampliamento delle mura ed eventualmente eliminare il “belguardo” costruito vicino alla piscina Nuova, giusta il disegno eseguito da messer Joanne Cristino, ingegnere per la Regia Corte, inviato a Molfetta da don Diomede Carafa, Duca di Maddaloni e Vicerè (ossia Governatore delle Province di Otranto e Bari dal 10 aprile 1560 all’11 luglio 1561, giorno della sua morte). Ciò nonostante, i lavori proseguirono.

Il 30 novembre 1561(60) mastro Donato Spagnolo di Francesco, mastro Andrea de Francesco di Corato e mastro Giacomo de mastro Leone di Spinazzola percepirono un rimborso di 4 ducati 2 tarì e 17 grani per il lavoro di “reconzar la fabrica” ossia aver sistemato i muri della porta de Lisa e di S. Francesco in occasione della venuta in città del Principe don Cesare Gonzaga. Il 7 giugno 1562 i signori Pirro Lepore e mastro Lonardo de Spinazzola, deputati dell’Università a bandire e far bandire i lavori per la “fabrica dela porta de Lisa” comunicarono ai Sindaci che gli stessi erano stati aggiudicati a mastro Meo de Cileo per 63 ducati 4 tarì 10 grani.

Il 14 maggio 1565 il Torrione dela marina dicto di mare di passari, ormai completato e sottoposto a lavori di pavimentazione sotto l’artiglieria, evidenziò sul lato orientale la presenza di una fessura, larga due dita, che correva dall’alto in basso di detto lato. Ciò provocò la necessità di una immediata riparazione senza bandire la prevista asta di assegnazione. Il successivo 12 luglio, il nobile Mario Gadaleta concordò l’esecuzione di detto lavoro per 250 ducati con il mastro fabbricatore Leonardo de Spinazola alias delo Garignone, figlio di mastro Leone.

Il 30 agosto 1565 l’Università deliberò che gli “Ordinati ad Guerra” dovessero pensare di individuare 200 cittadini da impiegare come “soldati”, valutare il numero necessario da utilizzare, ripartire gli stessi per “guartierj et squadre” nominando i rispettivi “caporali”, di modo che ogni giorno e ogni notte ci fosse stato un presidio di guardia sia nelle muraglie che alle porte d’ingresso della città.

Tre anni dopo (1568) il “belloardo” (belguardo) della piscina Nuova era stato terminato.

- segue

to be continued...


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